Oltre le storie: intervista a “Manchi solo tu” (blog)

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato alla blogger “Manchi solo tu” (manchisolotu.wordpress.com), che dal 2015 racconta le sue vicende personali, sue e di Maritino, legate al percorso della PMA.

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Ciao, sul tuo blog manchisolotu.wordpress.com racconti la tua esperienza personale mantenendo, però, l’anonimato: quali sono le ragioni che ti hanno spinto a prendere questa decisione?

Sin da quando ho capito che qualche cosa non andava nella nostra caccia alla cicogna, anche se si trattava ancora di un sentore vago e non potevo nemmeno immaginare di che cosa si trattasse o a che cosa ci avrebbe portati, mi sono sentita menomata. Allora ero ancora sufficientemente giovane da non destare i soliti odiosi commenti: ero sposata da poco perciò non c’era nulla di male a non avere ancora il pancione; esteriormente ero come tutte le altre, eppure sentivo già che un velo di diversità si stava appoggiando su di me. Mi è capitato di annunciare tutta emozionata l’inizio della ricerca ad un paio di colleghe, e a distanza di tempo l’ho pagata. Perché i “normofertili” non si rendono conto di quanto male possono fare con le loro domande o i loro commenti, nonostante si basino su buone intenzioni. Ricordo ad esempio che dopo un annetto, una di loro mi disse tra le lacrime che era inaspettatamente incinta per la seconda volta, e mi confessò che quel bambino sarebbe dovuto arrivare a me e non a lei. Sentirle dire questa cosa orribile mi ha fatto capire tre verità: innanzitutto che evidentemente non era solo una mia idea, ma che qualche problemino forse c’era davvero; poi, che fare pena non è molto piacevole; e soprattutto mi sono resa conto improvvisamente che l’aver abbassato la guardia, seppure in un momento di complicità ed emozione, era stata una pessima idea.

Di lì ho deciso di scegliere con estrema cura le persone cui avrei confidato tratti così personali della mia vita. A tutt’oggi si possono contare sulle dita delle mani. Soltanto il pensiero che ci siano evidenti indizi (anche se magari sembrano evidenti soltanto a me) della nostra difficoltà a procreare ha il potere di mandarmi in paranoia. Mi sento marchiata, bollata. Menomata, appunto. Mi rendo conto che essere infertili non è una colpa, e che è anzi apprezzabile lo sforzo che fa chi affronta la PMA, ma nonostante tutto questo è ancora un concetto che riesco ad elaborare con la testa ma non con il cuore. Ecco perché quando nel 2015 ho aperto il blog ho cercato in tutti i modi di non dare nessun riferimento che potesse identificarmi con certezza. Capisco che sia praticamente impossibile che un mio conoscente soltanto trovi o entri nel mio blog – figuriamoci riconoscermi – eppure è una paura che ho ancora. Paura che qualcuno legga, mi riconosca, e inizi a far girare le voci. Mi interrogo spesso su questa mia decisione, ma non mi risolvo mai a dare pubblicamente qualche riferimento. Si tratta di aspetti della nostra vita che sono troppo intimi, troppo privati, troppo preziosi perché accetti di correre il rischio di vederli calpestati.

Nel tuo blog, racconti la tua esperienza, di come sei riuscita a rimanere incinta grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita. Cosa ti ha portata a condividere la tua esperienza pubblicamente?

I nostri primissimi mesi PMA non sono stati facili, e non parlo soltanto dell’aspetto emotivo. Ci siamo ritrovati con un problema enorme sulle spalle, un’eventualità che non avevamo mai nemmeno preso in considerazione, e sembrava che nessuno ci potesse aiutare. Mi spiace dirlo, ma abbiamo dovuto muoverci a tentoni cercando ad esempio informazioni in rete, ed abbiamo dovuto insistere molto con il mio ginecologo ed il nostro medico di base perché ci potessero dare qualche vaga indicazione sul da farsi. E dico proprio vaga! Per fare un esempio, durante il primissimo colloquio avuto con un medico specialista abbiamo dovuto farci spiegare cosa significassero i termini “omologa” ed “eterologa”! Quando però più tardi abbiamo iniziato a camminare con passo più sicuro, mi sono detta che forse altri erano nella mia stessa situazione, stavano affrontando le stesse paure che riempivano le mie giornate da più di un anno e vivevano nel panico della mancanza di informazioni tipica dei primi tempi. Questo è uno dei motivi per cui ho aperto “Manchi solo tu”.

C’è anche un motivo molto più egoistico! Per un paio di anni avevo tenuto dei diari dove annotavo non solo appuntamenti, ma anche impressioni, sentimenti e ricordi. Erano mezzi che utilizzavo soprattutto in periodi particolarmente stressanti o densi di emozioni, e trovavo che il mettere i miei pensieri per iscritto mi aiutasse a fare ordine dentro di me – in un certo senso mi “auto-psicanalizzavo”. Quando nell’estate del 2014 abbiamo avuto la conferma che effettivamente qualcosa non stava andando per il verso giusto, ho sentito naturale l’impulso di mettermi a scrivere. Ho recuperato un’agenda in fretta e furia ed ho iniziato a riempire le pagine descrivendo quello che sentivo, scrivendo anche quelle parole e quei pensieri che non potevo o non volevo esprimere ad alta voce un po’ per pudore e un po’ per non deprimere ulteriormente sia me stessa che mio marito. Ad un certo punto però mi sono resa conto che questo non mi bastava più: avevo oramai necessità di un dialogo con qualcuno che stesse passando quello che stavo passando io. Qualcuno che leggesse, che mi rispondesse, che non mi giudicasse come tutt’ora temo di essere da chi mi conosce di persona. Avevo bisogno di sapere che non ero sola in questo mondo ancora nuovo, ed ero curiosa – perché no – di scoprire quanto le mie emozioni fossero comuni.

Così ho deciso di lanciare nel web il mio messaggio in bottiglia, e vedere se qualcuno l’avrebbe raccolto e mi avrebbe risposto! Cosa che è successa, ed ho conosciuto delle ragazze stupende, delle preziose compagne di viaggio con le quali condividere dolore e, finalmente, la gioia che tanto ho atteso di sentire.

Dopo la diagnosi di infertilità, quali conseguenze ci sono state a livello psicologico e relazionale all’interno della vostra vita di coppia?

In alcuni momenti ho temuto sinceramente che il nostro dramma ci avrebbe allontanati in modo irrecuperabile. L’amore è amore, ma si sa che in certi casi non basta per mantenere saldo un rapporto. Per quanto ci riguarda, indubbiamente sin dall’inizio le nostre dinamiche di coppia hanno perso in spontaneità (com’è ovvio che sia, credo, nel momento in cui inizi a stickare, o a tenere i conti dei giorni nelle diverse fasi del ciclo, e cominci a vedere – specie tu, donna – ogni rapporto come un gesto meccanico che deve portare al concepimento), e la cosa non è bella né per un uomo né per una donna. Non è facile per un uomo vedere la sua compagna che piange nell’accorgersi dell’arrivo delle rosse; non è facile per una donna cercare di tenere i nervi saldi mese dopo mese; e non credo sia semplice per nessuno dei due portare su di sé il marchio della colpa, se così la vogliamo chiamare. Sicuramente mio marito ha patito per la sua condizione, e non so se sono sempre stata capace di stargli vicino.

La mia fortuna è stata quella di avere accanto a me un uomo che desiderava diventare padre nonostante tutto, che mi ha sempre spronata e che mi è sempre stato vicino. Sento racconti di uomini che danno poco peso al Progetto E, o Progetto Erede, come lo chiamavamo noi: se il bambino arriva bene, altrimenti poco importa, si va semplicemente avanti con la propria vita nonostante il malessere evidente della compagna. Non so che cosa sarebbe successo se fosse capitato a me. Io sono orgogliosa di Maritino. E’ lui che, quando eravamo fidanzati, sentiva chiaro il richiamo della genitorialità. E’ lui che mi ha accompagnata ad ogni visita e ad ogni prelievo, anche quando non serviva. E’ lui che mi è stato fisicamente vicino quando facevo le varie iniezioni, e che mi porgeva il cotone con il disinfettante con una mano e prendeva la siringa usata con l’altra. La PMA ci ha cambiati sicuramente, ma non credo in senso negativo. Forse, anzi, ci ha uniti.

Che consiglio daresti a tutte le coppie che oggi hanno deciso di intraprendere un percorso di PMA?

Innanzitutto consiglio di cercare informazioni esclusivamente su siti affidabili, se si vuole approfondire l’argomento indipendentemente da uno specialista. Noi piemmine siamo decisamente brave a gugolare, ma non sempre è una buona idea! Inoltre, a parte i primissimi tempi, ho evitato i forum come la peste perché li ho trovati affollati di persone poco empatiche, colmi di storie che mi hanno depressa, e decisamente confusionari. Meglio è, a mio avviso, cercare con un po’ di pazienza qualche blog – non necessariamente il mio, chiaro! Secondo me i blog sono più emotivi, organizzati ed in definitiva utili. Si riesce tra l’altro, se si vuole, ad instaurare anche un rapporto quasi personale con l’autore e questo influisce in modo positivo sull’umore. Per me, almeno, ha funzionato così.

Alle signore raccomando invece caldamente di non fissarsi sui vari fantasintomi, perché fanno solo uscire di testa. Lo so bene perché ci sono passata! Il fatto è che, purtroppo, il corpo umano è una macchina complessa e qualsiasi dolorino può avere molteplici cause…

E soprattutto, da insicura cronica quale sono, tengo a dare un consiglio che io avrei voluto ricevere da subito: davanti al medico non fatevi problemi! Se avete dubbi chiedete, e se ancora qualche aspetto non vi è chiaro insistete finché non sarete soddisfatti; e se qualcuno, come è successo anche a me, vi tratta con sufficienza piuttosto che con scortesia, ricordate che una laurea in medicina non autorizza ad essere maleducati e rispondete con fermezza. Quel medico vi deve accompagnare lungo un percorso difficile, che ha come obiettivo principale il sogno di vivere una vita pienamente soddisfacente. Specialmente se credete che perché sia così, vi manca solo lui.

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