Oltre le storie: intervista a Laura Imai Messina

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato alla blogger e scrittrice Laura Imai Messina (www.lauraimaimessina.com).

Senzanome

Ciao Laura, sei docente e ricercatrice a Tokyo. Nel tuo blog “Giappone Mon Amour” racconti la vita nel Paese che ti ha adottato. Cosa ti ha spinto ad aprire un blog?

L’idea del blog fu inizialmente privata. Scrissi qualche post per preparare alle nozze shintoiste i parenti che avrebbero partecipato alla cerimonia che si sarebbe svolta in Giappone di lì a poco. In seguito lo abbandonai e lo ripresi due anni più tardi, questa volta rendendolo accessibile al pubblico. Fu in occasione del disastro del Tohoku, dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, e lo scopo era strettamente informativo, l’intento era quello di rassicurare e dissipare quelle maldestre dicerie che venivano camuffate da notizie su quotidiani italiani e stranieri. Raccontavo la Tokyo di ogni giorno, la normalità nonostante l’emergenza. In seguito, esaurita anche la crisi, ho continuato a raccontare il mio quotidiano, tratti culturali di un paese di cui anche a distanza di dieci anni resto profondamente innamorata. La passione sempre nutrita per la scrittura e l’incredibile risposta da parte degli utenti mi hanno spinta a continuare.

 Dopo il tuo primo romanzo, Tokyo Orizzontale, hai annunciato un nuovo progetto editoriale che ti vedrà impegnata per lungo tempo: Di Madre in Madre”. Raccontaci di più…

Tokyo Orizzontale è uscito nel 2014, e racconta di una fase della vita che è tutta scoperta, avventura emotiva, rinvenimento di se stessi nel tessuto della città, una zona luminosa dell’esistenza che faccio corrispondere ai miei vent’anni. Le scritture successive, la prima delle quali uscirà a febbraio 2018, narrano invece dei trent’anni, una nuova zona temporale che ricollego in primis alla ricerca della maternità, al percorso accidentato che ho personalmente vissuto e che ho deciso di affrontare in questo progetto web intitolato “di Madre in Madre”. Durerà nove mesi, il tempo di una gravidanza, e vi tratterò la mia esperienza di infertilità e di maternità, le cure, gli incontri, le parole che mi hanno sostenuto e quelle che mi hanno ferito, tutto quanto negli anni ha contribuito a maturare in me la consapevolezza di quanto un problema di questa natura scavi nella vita di una persona, di quanto esso sia in grado di cambiare una donna.

 Come hai vissuto il problema dell’infertilità e quale molla è scattata quando hai deciso di condividere pubblicamente un argomento ancora troppo spesso considerato un tabù?

L’infertilità mi ha scaraventata in uno stato di inedita fragilità. Mi ha reso bugiarda. Dicevo a chiunque che di avere figli non mi importava, che Ryōsuke (mio marito) ed io non ne volevamo. Ne sono stata ossessionata fino allo scioglimento del problema, grazie ad una FIVET e alla nascita del mio primo bambino. Ho nascosto la gravidanza persino alla mia famiglia, e l’ho rivelata solo ad uno stato assai avanzato e per il solo motivo che avrei dovuto recarmi in Italia. Non ho fatto alcun accenno sui social né al problema che stavo affrontando né alla gravidanza, se non per annunciare l’arrivo del bimbo (http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/un-daruma-nella-pancia/). Nonostante la nascita di Sōsuke, la ferita rimaneva ancora aperta e ho preferito rimandare ad un secondo momento, quando fossi stata veramente pronta, il parlarne.

Ora quel momento è arrivato.

Affrontandolo giorno dopo giorno per mesi che mi parvero infiniti, ho compreso quanto ci si possa sentire inadeguati, fallimentari, “difettosi” nell’infertilità, e soprattutto quanto deleterio sia quel velo di segretezza ed imbarazzo che spinge chi lo vive a non dire e chi lo ascolta a dire troppo. Ricordo decine e decine di donne nella sala d’attesa della clinica. Incontravo quelle stesse donne per la strada, dietro una cassa, chiuse in una divisa, e mi chiedevo chi le sostenesse e quante di loro avessero sprecato tempo prezioso perché qualcuno aveva suggerito loro “Basta che ti rilassi e viene da sé”. A quante una vicina indiscreta avesse domandato “Ma voi? Figli? Quando?”.

Da sempre l’uomo tramanda storie per far sì che il percorso di chi riceve quei racconti sia più corto, o meno travagliato. La scrittura, in fondo, serve a questo.

Il Giappone è la tua casa da oltre 10 anni, un luogo meraviglioso di cui sei innamorata, ma cosa significa essere madri in una terra così lontana e diversa dal proprio Paese d’origine?

Me lo domando ogni giorno, interrogandomi non tanto sulla geografia culturale in cui cresceranno i miei bambini, quanto piuttosto sulla mia capacità di far fronte alle loro esigenze e di colmare le distanze.

Il Giappone è un paese molto attento ai piccoli e alle famiglie, all’educazione, agli spazi a loro dedicati. L’allevamento parte dolce, e l’inquadramento va via via irrigidendosi con l’aumentare dell’età e l’ingresso nel mondo della scuola. So che posso contare su un altissimo senso civico e su una sicurezza che forse in Italia mi sarebbero mancati.

D’altra parte mi domando in che misura sarò in grado di tramandare loro le cose che ho amato da bambina, i giochi, le canzoni, i sapori, la ricchezza della nostra lingua. Avverto forte questa responsabilità e so che, per forza di cose, il loro bagaglio culturale sarà più sfornito sul versante italiano. Per me è questa, soprattutto, la sfida.

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