Infertilità: quando la coppia è in disaccordo su come affrontarla

La tensione e il dolore circondano le lotte per diventare genitori.

Arriva un momento in cui avere figli è la priorità assoluta per molte persone e coppie. Quando avere un bambino diventa così importante, l’infertilità può facilmente causare tensione e conflitto in una relazione.

Dopo 1-2 anni di tentativi senza successo, potrebbero verificarsi infatti momenti di scoraggiamento se il partner non condivide la stessa preoccupazione. Al contrario, alcune persone preferiscono essere pazienti o negare il fatto che l’infertilità possa essere una realtà nella loro vita.

Il costo dei trattamenti è un’altra possibile fonte di disaccordo: potrebbe essere una decisione facile per un partner fare un sacrificio finanziario, mentre potrebbe essere più difficile per l’altro.

Per affrontare l’infertilità, è fondamentale che la coppia si sostenga a vicenda e comprenda le eventuali frustrazioni del partner. Un altro elemento da non sottovalutare è l’informazione: quando si lotta per avere un figlio, i partner dovrebbero conoscere le cause dell’infertilità, nonché essere disposti a sottoporsi a test diagnostici per poterla verificare. Essere informati guida la coppia verso le migliori riflessioni e decisioni.

COME GESTIRE IL DISACCORDO

Ecco alcuni suggerimenti per mantenere forte la relazione di fronte al disaccordo sul trattamento della fertilità.

  • Cerca di capire la prospettiva del tuo partner. Ascolta, sii attento e sii consapevole.
  • Educati alla fertilità e cerca un consulto.
  • Sii disposto a scendere a compromessi quando si tratta di test e trattamenti.

Essere positivi può essere essenziale per mantenere una relazione sana e fare in modo che il legame diventi sempre più forte in vista delle prove future.

Jeffrey Fisch è un esperto di endocrinologia riproduttiva e infertilità. Leggi l’articolo originale sulla rivista americana Healthy Magazine

Birmingham, scopre di aspettare un bimbo durante l’operazione per capire le cause della sterilità

È successo a Tia Reed, diciannovenne a cui, da un anno, era stata diagnosticata l’endometriosi. Cercava un figlio insieme al compagno, ma non riusciva ad averlo. Subito dopo l’anestesia, l’intervento è stato sospeso.

Proprio mentre la stavano operando, per capire perché non riuscisse a rimanere incinta, i medici hanno scoperto che, in realtà, da cinque settimane aspettava un bambino. È successo a Tia Reed, diciannovenne di Bimingham, a cui nell’agosto 2017 era stata diagnosticata l’endometriosi. Per tutta l’adolescenza aveva sofferto terribilmente durante il ciclo mestruale, ed era convinta di non potere avere bambini. Li cercava, insieme al suo compagno, il ventiduenne Liam Twining, ma la gravidanza non arrivava mai.

L’endometriosi si verifica quando il tessuto simile a quello che riveste l’utero si trova in altre parti del corpo, al di fuori della cavità uterina, normalmente nella pelvi o nella cavità addominale. Sanguina e si diffonde, e provoca estrema stanchezza, forte dolore addominale e in alcuni casi, infertilità. Viene trattato con ormoni, antidolorifici e interventi chirurgici.

L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.

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Gravidanza, innovativo test del sangue misura il rischio di parto prematuro e l’età del feto

Un team di ricerca internazionale ha messo a punto un esame del sangue che, rilevando i livelli di RNA libero nel fluido, riesce a determinare con buona precisione l’età del feto e il rischio di parto prematuro. Il test, ancora in fase sperimentale, potrebbe sostituire la più costosa ecografia.

Sviluppato in laboratorio un test del sangue che permette di capire con buona precisione l’età del feto e soprattutto di determinare se c’è il rischio che il bambino possa nascere prematuramente. L’esame, che è ancora in fase altamente sperimentale, potrebbe prendere il posto della più costosa ecografia, soprattutto nei Paesi dove essa è scarsamente diffusa. Un ulteriore vantaggio risiede nel fatto che il test supera i limiti di precisione delle scansioni con gli ultrasuoni quando vengono fatte nel secondo e terzo trimestre; l’ecografia, infatti, è particolarmente utile se effettuata precocemente, ma non tutte le donne si sottopongono a questo esame, perlomeno non nei primissimi mesi di gravidanza.

Il test è stato messo a punto da un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Università di Stanford, in collaborazione con i colleghi dell’Università dell’Alabama, dell’Università Statale della Pennsylvania e dello Statens Serum Institute di Copenaghen (Danimarca). Gli studiosi, guidati dal professor Stephen R. Quake, docente presso il Dipartimento di Bioingegneria e Fisica applicata dell’ateneo di Stanford, hanno plasmato il test per rintracciare frammenti di RNA libero nel sangue, misurando l’attività dei geni materni, della placenta e del feto. Dalle loro concentrazioni è possibile stabilire l’età del feto e il rischio di parto prematuro. “Abbiamo scoperto che una manciata di geni è altamente predittiva di quali donne sono a rischio di parto prematuro” ha dichiarato Mads Melbye, amministratore delegato del centro danese. “Ho trascorso molto anni a lavorare sulla comprensione del parto prematuro. Questo è il primo vero progresso scientifico significativo su questo problema da molto tempo”, ha aggiunto con orgoglio il ricercatore.

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Infertilità femminile, i primi esami da fare per scoprire le cause

Esami delle urine e del sangue: la prima linea di controlli quando si cerca un bambino che non arriva.

Mesi e mesi di tentativi, ma non succede nulla: quella gravidanza tanto desiderata non arriva, e si insinua il sospetto che ci sia qualcosa che non va. In questi casi si procede allora con una serie di indagini per cercare di individuare le eventuali cause di ridotta fertilità, secondo un protocollo che è all’incirca standard per molti centri.

“Per quanto riguarda la donna, per prima cosa il medico specialista raccoglie una sua anamnesi completa (cioè la sua storia clinica) e la sottopone a una prima visita” spiega il ginecologo bolognese Carlo Flamigni. Questo per poter rilevare eventuali segni di qualsiasi condizione che potrebbe causare infertilità o sterilità”. A seconda dei casi, potrà poi essere richiesta l’esecuzione di una serie di indagini via via più sofisticate.

Gli esami che potrebbero essere richiesti in una prima fase dell’indagine sono:
 – esame delle urine o tampone uretrale per ricercare l’eventuale presenza di infezioni, in particolare da clamidia e mycoplasma.
– esami del sangue per i dosaggi ormonali, per vedere se la donna sta ovulando (per esempio LH, FSH, AMH) e valutare la funzionalità tiroidea (TSH e anticorpi anti-tiroidei). In questa occasione si valuta anche la copertura o meno rispetto alla rosolia, la toxoplamosi e altre malattie infettive che potrebbero rappresentare una causa di malformazione fetale.

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Inquinamento e infertilità giovanile, si cercano 150 ragazzi bresciani

Uno studio per comparare i risultati tra Brescia e la Terra dei Fuochi. Chi partecipa non deve abusare di sostanze alcoliche e non deve fumare sigarette.

Più che il sangue, la vera cartina da «tornasole» dell’inquinamento è il liquido spermatico. Analizzando alcuni biomarcatori si può capire la concentrazione di metalli pesanti nell’organismo, ma anche i danni che stanno provocando. Prima di tutto a livello di fertilità. È per questo motivo che anche a Brescia si stanno reclutando – con fatica – 150 ragazzi tra i 18 e i 22 anni, in modo da avere un campione significativo e incrociare i loro dati con quelli che si stanno raccogliendo nella valle del Sacco (Frosinone) e nella Terra dei Fuochi (Napoli/Caserta).
Pur con le dovute differenze, il minimo comune denominatore con Brescia è la presenza di inquinanti nel suolo, nell’acqua e nell’aria. Lo studio – coordinato a livello nazionale dall’uroandrologo Luigi Montano (Asl Salerno) e, a Brescia, dal professor di Epidemiologia Francesco Donato – mira a costruire «un modello di intervento per la prevenzione dell’infertilità in adolescenti sani» che risiedono «in aree a forte impatto ambientale».

Prima di tutto servono i dati, anche se diverse evidenze esistono già. In uno studio sulla popolazione giovanile della Campania, condotto due anni fa da Montano, sono emerse «differenze significative» tra i ragazzi dell’area della Terra dei Fuochi e i coetanei dell’Alta e media valle del fiume Sele (Salerno): se si prende il dato del cromo rilevato nel liquido seminale, si scopre che l’incidenza nei giovani della Terra dei Fuochi era «superiore del 95% rispetto a quanto trovato» nel materiale biologico dei ragazzi del salernitano. «Differenze significative – spiega Montano – sono state riscontrate anche per altri metalli o per le modifiche al Dna degli spermatozoi». E dato che il liquido spermatico è un’efficace «sentinella», grazie a questo studio si potranno approfondire ulteriormente gli effetti dell’inquinamento sulla salute. Come ha spiegato il professor Donato, «l’esposizione a metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici determina una catena ossidativa che va a colpire cellule e Dna». Anche tabagismo, droghe, alcool e obesità sono fonti ossidative: ecco perché chi partecipa allo studio (in maniera anonima) non può certo essere stato un fumatore abituale («massimo cinque sigarette alla settimana») né esagerare con i drink (non più di quattro ogni sette giorni).

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Infertilità femminile, quando il problema è la tiroide

Se non sono opportunamente controllati con terapie specifiche, i disturbi della tiroide possono interferire con la fertilità, o causare complicazioni della gravidanza. Come capire se c’è qualcosa che non va e come intervenire.

La tiroide è una piccola ghiandola molto importante per l’organismo: regola infatti i suoi vari metabolismi ed è coinvolta nei meccanismi della fertilità, oltre che nell’adattamento del corpo della donna alla maternità quando la gravidanza parte. nostrofiglio.it ne ha parlato con la ginecologa Rossella Nappi, responsabile del centro di PMA del Policlinico San Matteo di Pavia, professoressa universitaria e specialista anche in endocrinologia.

Che rapporto c’è tra tiroide, ovulazione e fertilità?
“Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro quanto sia importante avere una funzionalità tiroidea nella norma per favorire una funzione ovulatoria regolare” afferma Nappi. Del resto si è scoperto che la tiroide può influire sulla fertilità attraverso diversi meccanismi.

“Per prima cosa c’è il fatto che gli ormoni tiroidei modulano la ciclicità mestruale, per esempio influenzando la prolattina. Se questo ormone, prodotto dall’ipofisi, viene rilasciato in modo anomalo, l’effetto può essere il blocco dell’ovulazione, oppure una minor ricettività dell’endometrio (la mucosa che riveste l’interno dell’utero) all’impianto dell’embrione”.
Ma non solo: “Gli ormoni tiroidei regolano anche la fisiologia degli ovociti” precisa la specialista.

 

Quali sono i possibili effetti di una disfunzione della tiroide sulla fertilità?
Dipende dalla tipologia del disturbo. In genere in caso di ipertiroidismo (quando la ghiandola funziona troppo) non ci sono effetti particolari. “La fertilità è tendenzialmente conservata, anche se possono esserci mestruazioni più ravvicinate e abbondanti” spiega Nappi.
Diverso il caso dell’ipotiroidismo (quando la ghiandola funziona meno di quanto dovrebbe): “Le donne ipotiroidee possono avere cicli irregolari e scarsi, con mancanza dell’ovulazione”.
E ancora: se sono presenti anticorpi anti-tiroide, come nel caso della tiroidite di Hashimoto, la situazione infiammatoria che si genera potrebbe interferire con i meccanismi di impianto dell’embrione e formazione della placenta. Per questo alcuni specialisti ritengono che le malattie tiroidee possano essere implicate in un maggior rischio di aborto. Ma attenzione, non significa che tutte le donne che hanno qualche disfunzione tiroidea andranno incontro a poliabortività: molte di loro riusciranno ad avere comunque gravidanze normali. “E’ vero però che alcuni studi mettono in relazione l’aborto con la presenza di questi anticorpi nelle prime fasi della gravidanza”.
Infine, un altro meccanismo per cui la donna con disturbi della tiroide potrebbe avere problemi di fertilità riguarda l’invecchiamento precoce delle ovaie. “Anche in questo caso, non significa che tutte le donne con disfunzioni tiroidee vanno in menopausa precoce, anche perché l’età della menopausa dipende molto da fattori genetici ed ereditari” tranquillizza Nappi. “Allo stesso tempo, però, è vero che nelle donne che vanno incontro ad una perdita precoce della fertilità fino alla menopausa anticipata, o hanno difficoltà a produrre un buon numero di ovociti in seguito a stimolazione ovarica, è più frequente trovare problemi alla tiroide rispetto a donne che non hanno segni di invecchiamento precoce delle ovaie”.