‘Non aspettarti un bimbo ma un alieno’. Così sono stata adottata da mio figlio

È la storia di come sono stata adottata da mio figlio – Tutto parte una tiepida mattina di due anni fa. Tiepida per lui che arrivava dal confine con la Russia. Io lo attendevo a Malpensa, armata di bolle di sapone e aspettative errate –
Questa è una storia vera basata su un racconto di fantascienza. La storia di come sono stata adottata da mio figlio, una tiepida mattina di quasi due anni fa. Tiepida per lui, che arrivava dal confine con la Russia, e quando ho tentato di infilargli il pigiama taglia nove anni, che gli stava sei volte, ha proferito con solennità la sua prima frase in russoliano: “Niet pigiama!”. Sospettavo che il pigiama costituisse un bisogno indotto dal capitalismo.“Stiamo cercando una famiglia che possa accogliere un bambino”, mi aveva spiegato una coppia di amici: “Quattro mesi all’anno”. “Una famiglia?”. “Sì, anche un single”. Una falla nel sistema-Giovanardi. Era appena uscito il mio romanzo, giravo per il Paese, mi sentivo fortunata. Era il momento di essere generosa: “Se non trovate nessun altro posso occuparmene io, però sono da sola…”.
La psicologa aveva riso: “In Russia i padri sono una rarità”. Appuntarselo: ogni volta che si evoca la famiglia tradizionale, un antropologo muore. “E ho un mucchio di libri per bambini”. Altra risata: “Non aspettarti un bambino, aspettati un alieno”. Era tutto quello che avrei avuto bisogno di sapere. Qualche giorno dopo, attendevo a Malpensa l’atterraggio dell’Ufo, armata di bolle di sapone e aspettative errate. Rimettere in circolo la fortuna: era questo che avevo in programma. Ma sarò in grado? Capirò di cosa avrà bisogno l’extraterrestre?
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