Dall’immunoterapia nuova arma contro il tumore al seno metastatico

Una nuova speranza di cura arriva per le donne colpite da tumore al seno triplo negativo metastatico, per le quali ad oggi le armi terapeutiche a disposizione sono molto ridotte.

L’immunoterapia – che punta a risvegliare il sistema immunitario contro il cancro – in combinazione con la chemioterapia si è infatti dimostrata efficace, portando ad un aumento di sopravvivenza quasi doppio rispetto alle donne trattate con la sola chemioterapia.
Il risultato arriva dallo studio ‘Impassion 130’, condotto su 900 pazienti afferenti a centri in vari Paesi del mondo e presentato oggi al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo), ottenendo la contemporanea pubblicazione sul New England Journal of Medicine.

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Diabete e tiroide: fertilità a rischio

Il 15% delle coppie ha difficoltà nel concepimento.
Spesso, però, la causa non è da ricercare in problemi legati all’apparato riproduttivo ma in altre patologie. Specie quelle endocrinologiche come  il diabete o le disfunzioni della tiroide o, ancora, quelle dell’ipofisi.

La fertilità negli uomini con diabete mellito è generalmente ridotta rispetto alla popolazione generale», spiega Olga Disoteo,  della S.S.D. Diabetologia del Niguarda di Milano membro del Gruppo di lavoro Diabete dell’Associazione Medici Endocrinologi che tra qualche settimana si riunirà a congresso a Roma. «Infatti, la motilità spermatica è significativamente più bassa e sono più frequenti difetti e immaturità rispetto allo sperma degli uomini senza diabete. Nelle donne con diabete, a meno di altri disturbi come l’ovaio policistico, non vi è evidenza di fertilità ridotta: esse hanno circa il 95% della probabilità di avere un bambino a patto che controllino bene il diabete prima e durante la gravidanza».

Ma anche le disfunzioni tiroidee non sono innocue per la fertilità: «portano ad una riduzione della fertilità sia nelle donne che negli uomini ed è quindi consigliabile una valutazione della funzionalità tiroidea in caso di infertilità della coppia», avverte Rinaldo Guglielmi direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie Del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale e past president AME.

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Ottobre mese del Babyloss Awareness

Il 15 ottobre ricorre il Babyloss Awareness Day, la giornata mondiale della consapevolezza sul lutto in gravidanza e dopo la nascita. Numerose iniziative sono state organizzate in tutta Italia, tra cui l’illuminazione dei monumenti con i colori rosa e blu, simbolo della morte perinatale, per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema così doloroso e delicato.

Nella settimana dal 13 al 20 Ottobre si svolgono in tutto il mondo eventi di sensibilizzazione, formazione e commemorazione, per unire le famiglie, gli operatori sanitari e la cittadinanza.

L’iniziativa si chiama Babyloss Awareness e Babyloss Awareness Day per il 15 ottobre, giornata principale della manifestazione. Associazioni di genitori in tutto il mondo organizzano nel mese di ottobre iniziative pubbliche sul tema della perdita perinatale.

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Aumento di parti multipli: non è solo per la PMA che oggi abbiamo più gemelli

Le donne che aspettano ad avere un figlio possono ritrovarsi all’improvviso con una prole più numerosa di quella programmata. Chi resta incinta in età avanzata, infatti, ha una maggiore probabilità di avere una gravidanza gemellare o plurigemellare. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato su Obstetrics & Gynecology che ha cercato una spiegazione all’aumento dei parti multipli negli ultimi trent’anni.

Secondo i ricercatori il fenomeno, infatti, non può essere attribuito esclusivamente al  sempre maggiore ricorso alle tecniche di procreazione assistita.

Negli anni Ottanta le famiglie con coppie, triplette, quartetti o quintetti di gemelli erano una rarità che le copertine dei giornali, nei casi più eccezionali, si contendevano. Le indagini statistiche di allora riportavano 20 casi di gemelli su mille nascite. Nel 2010 il numero di parti gemellari era salito a 35 su mille. Un dato che preoccupa i ginecologi consapevoli che le gravidanze multiple possono avere maggiori complicazioni rispetto alle gravidanze singole.

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Fertilità, per chi arriva ‘senza speranze’ alla Pma va a buon fine 1 gravidanza su 3

Grazie alle sentenze che hanno riscritto la legge 40 sulla fecondazione assistita “oggi possiamo aiutare di più e meglio le coppie che si rivolgono al nostro reparto”. Non ha dubbi Rocco Rago, responsabile del Reparto di fisiopatologia della riproduzione e andrologia dell’ospedale ‘Sandro Pertini’ che apre le porte dei laboratori e dell’intero reparto alla troupe della Dire. E lo confermano i numeri.

Dalla primavera del 2015– spiega l’ andrologo- in questo reparto gli accessi sono stati 4.260; 1.742 i trattamenti di fecondazione assistita per coppie provenienti non solo da Roma, ma anche dalla Calabria, dalla Campania e dalla Sicilia. Quasi il 31% di gravidanze cumulative con seme fresco da eiaculato, tecnica possibile laddove il paziente uomo non sia azospermico e non si renda indispensabile recuperare spermatozoi dal testicolo”.

I NUMERI DEL REPARTO DOPO IL CROLLO DELLA LEGGE 40

“Siamo entrati in opera nel corso delle modifiche della legge 40- ricorda Rago- e questo ci ha permesso di mettere in piedi un percorso personalizzato e adeguato alle caratteristiche della coppia”. Il veto all’eterologa, alla diagnosi pre- impianto per fini selettivi e l’obbligo all’impianto contemporaneo di tre embrioni, come prevedeva all’origine la legge, “obbligava a trattare tutte le coppie allo stesso modo. Prima- sottolinea Rago- tutti trasferivano e fertilizzavano tre ovociti indipendentemente dall’età della donna. E mentre per una donna al di sotto dei 30 anni c’è un grande rischio di parto gemellare o trigemino, a 45 anni, come i nuovi Lea potrebbero consentire, si tratta di un percorso inadeguato perché gli ovociti sono meno fertili e si corre il rischio di non produrre nessun embrione”.

IDENTIKIT DELLA COPPIA CHE ACCEDE ALLA PMA

Le coppie che varcano la soglia del reparto hanno un’età media superiore ai 37 anni e la percentuale di gravidanza è alta nelle over 40: “Un 20% contro il 10% della media nazionale”. Un dato che “ci sorprende” non esita a dire Rocco Rago, responsabile della Fisiopatologia e riproduzione del Sandro Pertini, nel corso della sua intervista alla Dire. “Se è una coppia giovane è senza dubbio al suo primo accesso. Mentre se i partner hanno oltre i 37 anni hanno già avuto esperienze in strutture private, hanno esaurito le disponibilità economiche e sono gravati da cause importanti di infertilità e poca speranza”.

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Le app che misurano la fertilità, quali sono e a cosa servono

Sono tante le applicazioni che promettono di rimanere incinte velocemente o di sostituirsi a preservativo e pillola. Ma alcuni studi le smentiscono.

Woman Log, Flo Fem, My Fertility, Daysy, Natural Cycles. Sono solo alcune delle centinaia di app sul mercato, spesso gratuite, per le donne che vogliono tentare di rimanere incinte o, al contrario, avere a portata di mano un “contraccettivo online” che si sostituisca ai metodi tradizionali come pillola o preservativo. Molte sono certificate come dispositivi medici, portando le clienti a pensare di potersi fidare al 100% delle previsioni tecnologiche. Casi recenti di cronaca, come quello avvenuto in Svezia a gennaio, quando alcune ragazze si sono ritrovate incinte dopo aver usato l’app Natural Cycles, stanno smentendo l’attendibilità di queste applicazioni. Così come degli studi internazionali hanno messo in guardia sull’uso corretto di questi dispositivi.

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Roma, ‘mamme a 40 anni’ apre l’ambulatorio al Fatebenefratelli

Uno spazio dedicato alle donne che decidono di intraprendere una gravidanza in età matura.

Parte al Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, culla ogni anno per circa 3.500 neonati, l’Ambulatorio “Mamme a 40 anni”: un servizio pensato per dare un’attenzione particolare alle donne che, per scelta o per caso, affrontano la maternita’ in un’eta’ piu’ matura. Dal mese di ottobre, le donne in gravidanza con piu’ di 40 anni che contatteranno l’ospedale per una visita ostetrica, verranno prenotate, fino ad esaurimento posti, il giovedi’ mattina, dalle 8 alle 13,  nell’ambulatorio specifico, con impegnativa del medico curante in esenzione. Qualora una gestante richieda specificatamente la visita in questo ambulatorio, trovera’ uno spazio per appuntamento riservato.

L’innalzamento dell’eta’ in cui la donna decide di avere una gravidanza e’ un dato di fatto: in Italia nel 1990 si diventava mamme per la prima volta intorno ai 26 anni; dati Istat del 2017 ci dicono che oggi l’eta’ si e’ spostata a 31,8 anni (quasi 6 anni in piu’). Se allarghiamo lo sguardo all’Europa (dati Eurostat, pubblicati ad inizio 2018), le mamme italiane sono le piu’ “vecchie” al primo figlio, seguite dalle spagnole.

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Parto pre-termine per l’8% delle gestanti, un test preannuncia il rischio

Società diagnosi prenatale, si esegue su campione sangue donna.

La prematurità rappresenta oggi la causa principale di mortalità e morbilità neonatale e in Italia coinvolge circa l’8% delle gravidanze. Per prevenire tale condizione arriva un nuovo test, eseguito sul sangue, che riesce ad individuare, già dall’inizio della gravidanza, le donne a rischio per porle sotto attenta sorveglianza e opportuno trattamento. Il test sarà presentato a Roma in occasione del convegno Spontaneous Pre-Term Birth, organizzato dalla Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno-fetale (Sidip).

“Le cause del parto pretermine sono molteplici – spiega Claudio Giorlandino, direttore generale dell’Italian College of Fetal Maternal Medicine -. In circa la metà dei casi esistono condizioni predisponenti come la gemellarità, le gravidanze ottenute con tecnica di procreazione medicalmente assistita, malformazioni uterine, età materna, infezioni. Nell’altra metà il parto prematuro è un fenomeno del tutto inaspettato e, senza segni premonitori, si partorisce prima della 37sima settimana di gestazione.

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Tumori: parte la carovana della prevenzione

Esami gratuiti per la diagnosi precoce del tumore del seno e del collo dell’utero. Per arrivare dove la prevenzione arriva con più difficoltà.

Sono tre le cliniche mobili che stanno attraversando l’Italia da nord a sud con un unico obiettivo: promuovere la salute femminile offrendo gratuitamente prestazioni mediche a tutte le donne che per età o per altri motivi non rientrano nei programmi di screening previsti dalle regioni. È la carovana della prevenzione, un programma nazionale itinerante di promozione della salute femminile di Komen Italia – un’organizzazione in prima linea nella lotta ai tumori al seno – in collaborazione con la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, Sky e la Fondazione Johnson & Johnson.

LE TRE UNITÁ MOBILI
La carovana della prevenzione – inaugurata a ottobre 2017 – raggiunge quei luoghi dove la prevenzione arriva con più difficoltà: periferie, aree terremotate, carceri, scuole, conventi e centri accoglienza migranti. In contesti socio-economici più sfavorevoli, l’accesso a prestazioni sanitarie di qualità risultano, infatti, più limitate. L’iniziativa della Komen vuole ridurre queste disuguaglianze offrendo attività gratuite di sensibilizzazione e prevenzione delle principali patologie oncologiche di genere con l’ausilio di tre speciali unità mobili: una di prevenzione senologica, una di prevenzione secondaria dei tumori femminili e una di prevenzione primaria.

“Già molti anni fa la Komen aveva organizzato giornate itineranti di prevenzione con una singola unità mobile di mammografia. Questo progetto ebbe grande successo e per questo – racconta Riccardo Masetti, Presidente Komen Italia e direttore Centro Integrato di Senologia Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – l’anno scorso abbiamo deciso di estenderlo ad altre patologie prevalenti nelle donne e siamo passati a tre unità mobili”.

Mentre la prima, dotata di strumenti tecnologici di ultima generazione, come il mammografo digitale, permette di effettuare tutti gli esami per la diagnosi precoce dei tumori al seno; la seconda, è fornita di uno spazio ambulatoriale per visite specialistiche ginecologiche, ecografie pelviche, Pap-test e altri esami per la diagnosi precoce dei più frequenti tumori femminili.

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“Mi piego ma non mi spezzo”: l’endometriosi raccontata da una donna coraggiosa, la veronese Sabrina Brunelli

La malattia, una di quelle che tutte le donne temono. Il destino, che spesso ti crea attorno un mondo che non rasserena fino in fondo. La resilienza e il coraggio delle scelte. È questa la storia di vita di Sabrina Brunelli, scrittrice veronese di 46 anni che sta avendo un successo nazionale con il suo libro d’esordio, “Mi piego ma non mi spezzo”. “Nell’ultimo anno tutto è cambiato per me”, racconta lei. “Ho deciso di lasciare le redini dell’azienda di famiglia e ripartire da zero. L’atteggiamento positivo infatti è importante per me, mi ha aiutato a superare molte difficoltà nella vita, a partire dalla malattia”.

Infatti, l’endometriosi da anni fiacca il cuore e il corpo di Brunelli. Una malattia cattiva, subdola: nasce dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, cioè l’endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina o intestino. Ciò provoca sanguinamenti, infiammazioni croniche, aderenze ed infertilità. Ogni mese, sotto gli effetti degli ormoni del ciclo mestruale, il tessuto endometriale sanguina, causando un’irritazione dei tessuti circostanti.

Nella scrittura, Sabrina ha trovato uno strumento per guardare dentro sé stessa. L’ispirazione le è arrivata per destino, mentre frequentava un corso organizzato dalla casa editrice romana “Bruno Editore”. Dopo alcune settimane è stata selezionata tra gli 816 partecipanti e a febbraio ha pubblicato il suo libro sulla resilienza, che in pochi mesi è già diventato un caso editoriale.

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