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Roma, ‘mamme a 40 anni’ apre l’ambulatorio al Fatebenefratelli

Uno spazio dedicato alle donne che decidono di intraprendere una gravidanza in età matura.

Parte al Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, culla ogni anno per circa 3.500 neonati, l’Ambulatorio “Mamme a 40 anni”: un servizio pensato per dare un’attenzione particolare alle donne che, per scelta o per caso, affrontano la maternita’ in un’eta’ piu’ matura. Dal mese di ottobre, le donne in gravidanza con piu’ di 40 anni che contatteranno l’ospedale per una visita ostetrica, verranno prenotate, fino ad esaurimento posti, il giovedi’ mattina, dalle 8 alle 13,  nell’ambulatorio specifico, con impegnativa del medico curante in esenzione. Qualora una gestante richieda specificatamente la visita in questo ambulatorio, trovera’ uno spazio per appuntamento riservato.

L’innalzamento dell’eta’ in cui la donna decide di avere una gravidanza e’ un dato di fatto: in Italia nel 1990 si diventava mamme per la prima volta intorno ai 26 anni; dati Istat del 2017 ci dicono che oggi l’eta’ si e’ spostata a 31,8 anni (quasi 6 anni in piu’). Se allarghiamo lo sguardo all’Europa (dati Eurostat, pubblicati ad inizio 2018), le mamme italiane sono le piu’ “vecchie” al primo figlio, seguite dalle spagnole.

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Brescia, il primo nato in Italia con tessuto ovarico crioconservato

È un maschietto ed è venuto alla luce con parto spontaneo. La mamma, medico di 35 anni, aveva scoperto nel 2012 di avere un linfoma non Hodgkin al mediastino al terzo stadio: ha intrapreso subito il percorso di preservazione della fertilità.

È un maschietto, nato con parto naturale, e sta bene. Un bimbo venuto alla luce agli Spedali Civili di Brescia è il primo nato in Italia da una mamma, ex paziente oncologica, con tessuto ovarico crioconservato. Al mondo, finora, sono state registrate circa 130 nascite avvenute grazie a questa procedura.

La mamma del piccolo scoprì nel 2012 di avere un linfoma non Hodgkin al mediastino al terzo stadio. Si era sposata un anno prima e, come racconta nel libro Un giorno saprai (Carthusia Edizioni-Walce onlus), temeva di non poter più avere figli.

Aveva 29 anni. Ma gli specialisti del Policlinico Sant’Orsola di Bologna, coordinati da Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari, l’hanno incoraggiata a intraprendere subito il percorso di preservazione della fertilità.

Dopo avere completato le terapie contro il tumore e avere ottenuto il via libera dagli ematologi e dai radiologi di Brescia che l’avevano curata, nel 2017 la donna ha chiesto che le fosse reimpiantato il tessuto ovarico che era stato prelevato anni prima. Sono stati necessari due interventi prima che l’organo riprendesse a funzionare. Pochi giorni che la donna ha discusso la tesi per la sua laurea in Medicina, è avventa la fecondazione, in modo naturale. La gravidanza è andata avanti senza intoppi e il parto è stato spontaneo. Un risultato che incoraggia le donne che si ammalano di cancro in età fertile a non rinunciare al sogno della maternità, dopo la guarigione. Le probabilità di concludere con successo una gravidanza dopo il reimpianto di tessuto ovarico crioconservato arrivano al 40%.

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Tumore al seno in gravidanza: a Modena una mamma porta a termine la gestazione

Alla 34esima settimana di gravidanza è nato il figlio, sano e di un buon peso (2400 grammi).

A una donna di 36 anni viene diagnosticato un carcinoma maligno in entrambi i seni al quarto mese di gravidanza: presa in cura dalla Breast Unit e dall’Ostetricia e ginecologia dell’Azienda ospedaliero universitaria di Modena – grazie a un protocollo studiato appositamente per il raro caso e a una nuova tecnica per l’asportazione dei linfonodi sentinella – ora è in salute e ha dato alla luce un bambino, che non ha risentito delle cure intraprese dalla madre.

L’insorgenza di un tumore al seno durante la gravidanza è un evento raro, che rappresenta circa il 2% di tutti i tumori mammari.

A Modena una giovane donna, grazie al supporto della Breast Unit modenese non ha dovuto rinunciare alla gioia della maternità. Una sfida affrontata dall’equipe dell’unità integrata per la lotta al tumore al seno guidata dal professor Giovanni Tazzioli – responsabile della Chirurgia oncologica senologica dell’Aou di Modena e del percorso diagnostico terapeutico per la cura del tumore della mammella – con un approccio multidisciplinare, ovvero coinvolgendo gli specialisti non solo di oncologia e chirurgia senologica, ma anche di ginecologia e ostetricia, mettendo sempre al centro le esigenze della paziente.

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Birmingham, scopre di aspettare un bimbo durante l’operazione per capire le cause della sterilità

È successo a Tia Reed, diciannovenne a cui, da un anno, era stata diagnosticata l’endometriosi. Cercava un figlio insieme al compagno, ma non riusciva ad averlo. Subito dopo l’anestesia, l’intervento è stato sospeso.

Proprio mentre la stavano operando, per capire perché non riuscisse a rimanere incinta, i medici hanno scoperto che, in realtà, da cinque settimane aspettava un bambino. È successo a Tia Reed, diciannovenne di Bimingham, a cui nell’agosto 2017 era stata diagnosticata l’endometriosi. Per tutta l’adolescenza aveva sofferto terribilmente durante il ciclo mestruale, ed era convinta di non potere avere bambini. Li cercava, insieme al suo compagno, il ventiduenne Liam Twining, ma la gravidanza non arrivava mai.

L’endometriosi si verifica quando il tessuto simile a quello che riveste l’utero si trova in altre parti del corpo, al di fuori della cavità uterina, normalmente nella pelvi o nella cavità addominale. Sanguina e si diffonde, e provoca estrema stanchezza, forte dolore addominale e in alcuni casi, infertilità. Viene trattato con ormoni, antidolorifici e interventi chirurgici.

L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.

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Gravidanza, innovativo test del sangue misura il rischio di parto prematuro e l’età del feto

Un team di ricerca internazionale ha messo a punto un esame del sangue che, rilevando i livelli di RNA libero nel fluido, riesce a determinare con buona precisione l’età del feto e il rischio di parto prematuro. Il test, ancora in fase sperimentale, potrebbe sostituire la più costosa ecografia.

Sviluppato in laboratorio un test del sangue che permette di capire con buona precisione l’età del feto e soprattutto di determinare se c’è il rischio che il bambino possa nascere prematuramente. L’esame, che è ancora in fase altamente sperimentale, potrebbe prendere il posto della più costosa ecografia, soprattutto nei Paesi dove essa è scarsamente diffusa. Un ulteriore vantaggio risiede nel fatto che il test supera i limiti di precisione delle scansioni con gli ultrasuoni quando vengono fatte nel secondo e terzo trimestre; l’ecografia, infatti, è particolarmente utile se effettuata precocemente, ma non tutte le donne si sottopongono a questo esame, perlomeno non nei primissimi mesi di gravidanza.

Il test è stato messo a punto da un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Università di Stanford, in collaborazione con i colleghi dell’Università dell’Alabama, dell’Università Statale della Pennsylvania e dello Statens Serum Institute di Copenaghen (Danimarca). Gli studiosi, guidati dal professor Stephen R. Quake, docente presso il Dipartimento di Bioingegneria e Fisica applicata dell’ateneo di Stanford, hanno plasmato il test per rintracciare frammenti di RNA libero nel sangue, misurando l’attività dei geni materni, della placenta e del feto. Dalle loro concentrazioni è possibile stabilire l’età del feto e il rischio di parto prematuro. “Abbiamo scoperto che una manciata di geni è altamente predittiva di quali donne sono a rischio di parto prematuro” ha dichiarato Mads Melbye, amministratore delegato del centro danese. “Ho trascorso molto anni a lavorare sulla comprensione del parto prematuro. Questo è il primo vero progresso scientifico significativo su questo problema da molto tempo”, ha aggiunto con orgoglio il ricercatore.

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Infertilità femminile, quando il problema è la tiroide

Se non sono opportunamente controllati con terapie specifiche, i disturbi della tiroide possono interferire con la fertilità, o causare complicazioni della gravidanza. Come capire se c’è qualcosa che non va e come intervenire.

La tiroide è una piccola ghiandola molto importante per l’organismo: regola infatti i suoi vari metabolismi ed è coinvolta nei meccanismi della fertilità, oltre che nell’adattamento del corpo della donna alla maternità quando la gravidanza parte. nostrofiglio.it ne ha parlato con la ginecologa Rossella Nappi, responsabile del centro di PMA del Policlinico San Matteo di Pavia, professoressa universitaria e specialista anche in endocrinologia.

Che rapporto c’è tra tiroide, ovulazione e fertilità?
“Negli ultimi anni è diventato sempre più chiaro quanto sia importante avere una funzionalità tiroidea nella norma per favorire una funzione ovulatoria regolare” afferma Nappi. Del resto si è scoperto che la tiroide può influire sulla fertilità attraverso diversi meccanismi.

“Per prima cosa c’è il fatto che gli ormoni tiroidei modulano la ciclicità mestruale, per esempio influenzando la prolattina. Se questo ormone, prodotto dall’ipofisi, viene rilasciato in modo anomalo, l’effetto può essere il blocco dell’ovulazione, oppure una minor ricettività dell’endometrio (la mucosa che riveste l’interno dell’utero) all’impianto dell’embrione”.
Ma non solo: “Gli ormoni tiroidei regolano anche la fisiologia degli ovociti” precisa la specialista.

 

Quali sono i possibili effetti di una disfunzione della tiroide sulla fertilità?
Dipende dalla tipologia del disturbo. In genere in caso di ipertiroidismo (quando la ghiandola funziona troppo) non ci sono effetti particolari. “La fertilità è tendenzialmente conservata, anche se possono esserci mestruazioni più ravvicinate e abbondanti” spiega Nappi.
Diverso il caso dell’ipotiroidismo (quando la ghiandola funziona meno di quanto dovrebbe): “Le donne ipotiroidee possono avere cicli irregolari e scarsi, con mancanza dell’ovulazione”.
E ancora: se sono presenti anticorpi anti-tiroide, come nel caso della tiroidite di Hashimoto, la situazione infiammatoria che si genera potrebbe interferire con i meccanismi di impianto dell’embrione e formazione della placenta. Per questo alcuni specialisti ritengono che le malattie tiroidee possano essere implicate in un maggior rischio di aborto. Ma attenzione, non significa che tutte le donne che hanno qualche disfunzione tiroidea andranno incontro a poliabortività: molte di loro riusciranno ad avere comunque gravidanze normali. “E’ vero però che alcuni studi mettono in relazione l’aborto con la presenza di questi anticorpi nelle prime fasi della gravidanza”.
Infine, un altro meccanismo per cui la donna con disturbi della tiroide potrebbe avere problemi di fertilità riguarda l’invecchiamento precoce delle ovaie. “Anche in questo caso, non significa che tutte le donne con disfunzioni tiroidee vanno in menopausa precoce, anche perché l’età della menopausa dipende molto da fattori genetici ed ereditari” tranquillizza Nappi. “Allo stesso tempo, però, è vero che nelle donne che vanno incontro ad una perdita precoce della fertilità fino alla menopausa anticipata, o hanno difficoltà a produrre un buon numero di ovociti in seguito a stimolazione ovarica, è più frequente trovare problemi alla tiroide rispetto a donne che non hanno segni di invecchiamento precoce delle ovaie”.

 

Gravidanza dopo il cancro: 7 donne su 10 ce la fanno

Gravidanza dopo il cancro: concepire un bambino dopo il tumore non è più un sogno. Grazie ai progressi nel campo della procreazione medicalmente assistita, 7 donne su 10 riescono ad avere un figlio dopo il cancro in meno di due anni e senza rischio di recidive.

Concepire un bambino dopo il tumore non è più un sogno. Uno studio dell’Unità specializzata in Oncologia e Riproduzione di Institut Marquès presentato in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Fertilità e Sterilità (SIFES), dimostra che 9 pazienti oncologiche su 10 sono state ritenute idonee a intraprendere un processo riproduttivo.

L’82% delle pazienti oncologiche rimaste incinte ha un’età media di 40 anni  e per la maggior parte è stata affetta da un cancro al seno (35%), neoplasie ematologiche come leucemia o linfoma (29%) e cancro ovarico (14%).
I trattamenti alle quali si sono sottoposte risultano la fecondazione in vitro (3,9%), la donazione di embrioni (11,7%) e soprattutto la donazione di ovociti (84%). Solo il 10% ha congelato gli ovociti prima del trattamento del cancro. Le pazienti, in buona salute, non hanno presentato una recidiva della malattia.

Il parere dell’esperta

Fino a qualche anno fa il desiderio di un figlio riguardava la metà delle giovani pazienti, ma meno di una su dieci rimaneva incinta dopo le terapie. In molti casi, a vincere era proprio il timore di recidiva tumorale. Il cambiamento di mentalità è dovuto principalmente all’aumento della sopravvivenza nelle donne in cui viene diagnosticato il tumore, come spiega la dott.ssa Michela Benigna, ginecologa e membro dell’Unità specializzata in Oncologia e Riproduzione di Institut Marquès: “Le campagne di prevenzione (ecografia mammaria e mammografia) fatte a tappeto su tutta la popolazione femminile, permettono di diagnosticare il tumore in stadi precoci e questo porta ad un trattamento più mirato che eleva la soglia di sopravvivenza nelle donne. Il tumore al seno è tra i più diffusi e ha la peculiarità di colpire le donne in età fertile.
Trascorsi i cinque anni dai follow up che seguono il trattamento, le donne  si trovano ancora ad essere in un’età potenzialmente fertile e ancora con il desiderio di una gravidanza. Forse è per questo motivo che è aumentato il numero di donne che ricercano la gravidanza dopo una neoplasia” 
conclude l’esperta.

Mangiare male ritarda la gravidanza

Le donne che mangiano troppo spesso cibi da fast food (come hamburger, pollo fritto, patatine fritte ma anche  pizza) e che consumano poca frutta presentano un rischio di infertilità superiore alla media. Lo dimostrano i risultati di uno studio condotto su circa 6 mila donne. Chi mangia troppo fast food o mangia troppo poca frutta ha meno possibilità di rimanere incinta entro un anno.

 

Ancora uno studio sui rapporti tra dieta e salute riproduttiva della donna, questa volta pubblicato su Human Reproduction. Il take home message è che le donne che mangiano prevalentemente cibo da fast food e poca frutta fanno più fatica a concepire e hanno un maggior rischio di infertilità.

Lo studio, condotto in Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, ha raccolto (a fare l’intervista sono state delle ostetriche in occasione della prima visita antenatale a 14-16 settimane di gestazione) informazioni sulle abitudini dietetiche di 5.598 donne, reclutate nello studio multicentrico Screening for Pregnancy Endpoints (SCOPE) dal 2004 al 2011 e che non avevano ancora avuto figli.  Rispetto alle donne che riferivano di aver mangiato frutta tre o più volte al giorno nel mese precedente al concepimento, quelle che di frutta ne avevano consumata ben poca (meno di 1-3 volte al mese) avevano impiegato in media un mese in più prima di rimanere incinte. Analogamente, Le donne che hanno dichiarato di mangiare fast food 4 o più volte a settimana, rispetto alle donne che non ne mangiano praticamente mai, rimangono incinte in media un mese più tardi.

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Gli antidolorifici in gravidanza possono compromettere la fertilità: lo studio

Secondo uno studio dell’Università di Edimburgo, ci sarebbe una correlazione tra l’assunzione di antidolorifici nel corso del periodo di gestazione e il rischio di infertilità del bambino una volta diventato adulto, sia nel caso delle femmine che dei maschi.

Lo studio pubblicato sulla rivista Environmental health perspectives suggerisce alle donne in dolce attesa di prestare attenzione all’assunzione di farmaci antidolorifici, confermando quindi l’indicazione di ricorrervi solo in caso di stretta necessità ed evitandoli del tutto quando possibile, poiché potrebbero provocare cambiamenti al Dna del feto.

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Le gravidanze dopo i 40 anni aumentano (e così anche i rischi)

Le gravidanze sopra i 40 anni sono in aumento. Tuttavia restano difficili e ancor più delicate per quelle oltre i 45 anni, a dispetto delle sempre più sofisticate tecniche di assistenza medica alla procreazione.

 

Nelle scorse settimane esperti europei riuniti a colloquio sotto l’egida dell’ospedale francese Foch (Suresnes) erano unanimi nel consigliare alle donne che desiderano un figlio di non attendere i 35 anni, età in cui si delinea il calo della fertilità e i rischi aumentano. «A livello embrionale c’è una sola cosa che conta: l’età della madre», ha spiegato la dottoressa Laura Rienzi, presidente della Società italiana embriologia riproduzione e ricerca.

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