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Le gravidanze dopo i 40 anni aumentano (e così anche i rischi)

Le gravidanze sopra i 40 anni sono in aumento. Tuttavia restano difficili e ancor più delicate per quelle oltre i 45 anni, a dispetto delle sempre più sofisticate tecniche di assistenza medica alla procreazione.

 

Nelle scorse settimane esperti europei riuniti a colloquio sotto l’egida dell’ospedale francese Foch (Suresnes) erano unanimi nel consigliare alle donne che desiderano un figlio di non attendere i 35 anni, età in cui si delinea il calo della fertilità e i rischi aumentano. «A livello embrionale c’è una sola cosa che conta: l’età della madre», ha spiegato la dottoressa Laura Rienzi, presidente della Società italiana embriologia riproduzione e ricerca.

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I nomi di mio figlio

Per anni tutte le strade hanno avuto il nome di mio figlio. Toōkyo, che nomi di strade non ne ha, accoglieva placida il mio desiderio e mi lasciava giocare. Era tuttavia un nome sbagliato, di pura invenzione. Di città in città quel figlio che non arrivava acquistava un nuovo nome.

A Ravenna lo chiamavamo “Teodoro”, in omaggio al re degli Ostrogoti, a Hakodate “Toshizo”, come l’eroe della resistenza Meiji. Ci divertivamo da matti a immaginare di concepirlo in un posto diverso del mondo, a onorarlo estraendone un suono e a portarcelo dietro per tutta la vita, per riconoscenza. Di luogo in luogo, in piccoli viaggi che ci allontanavano un poco dall’ossessione maturata per una felicità sempre rimandata, costantemente in là da venire, ci promettevamo che sarebbe accaduto la prossima volta, al massimo quella dopo ancora.

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Aspettiamo un bambino! Cosa accade nella mente dei futuri genitori?

La gravidanza è un evento psicosomatico che comporta numerosi cambiamenti anche psicologici sia nella donna incinta che nella futura coppia genitoriale.

La storia individuale della gravidanza

Quando la donna scopre di essere incinta, il proprio mondo interiore si arricchisce di fantasie, sogni e previsioni attingendo dalla propria storia di vita. Ogni donna vive una “storia” interna diversa per ciascuna gravidanza: i ricordi, le speranze, i desideri derivanti dal passato e dalle prime relazioni cominciano ad affollare la mente della futura mamma in maniera specifica e irripetibile.

La Benedek descrive la gravidanza come un evento psicosomatico che comporta modificazioni di natura sia fisiologica che psicologica. La Bibring, invece, la definisce una “crisi maturativa”, un processo nel corso del quale si riattivano conflitti legati all’infanzia e si riattualizzano processi di identificazione inconsci con la propria madre. I conflitti infantili possono trovare una risoluzione in questo periodo di svolta e può verificarsi una rielaborazione delle proprie esperienze e il raggiungimento di un maggiore livello di integrazione. In altri casi, se il rapporto con la propria madre è stato caratterizzato da conflitti ed emozioni ambivalenti è possibile che tali vissuti emotivi si riattivino quando si diventa madri.

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Aborto: per la prima volta sotto i 60 mila per le italiane

Relazione ministero Salute, confermato trend in diminuzione. Ragazze italiane ricorrono di meno all’interruzione.

In diminuzione le interruzioni di gravidanza volontarie, per la prima volta il valore scende al di sotto dei 60.000 per le cittadine italiane. Emerge dalla relazione annuale del Ministero della Salute sull’applicazione della Legge 194 del 1978. L’andamento in calo segue la tendenza degli ultimi tre anni, anche se è di entità minore rispetto al 2014 e in particolare al 2015. Il dato fornito dalla Relazione riguarda il 2016 ma la rilevazione è proseguita fino a ottobre 2017 per completezza dei dati. Il numero di aborti eseguiti riferito dalle Regioni è stato di 84˙926, in calo del 3.1% rispetto al 2015, anno in cui fu registrato un -9.3%. Dato più che dimezzato rispetto ai 234˙801 del 1982, anno in cui fu riscontrato il valore più alto in Italia. Il rapporto di abortività, ossia il rapporto tra il numero di aborti volontari su 1000 nati vivi, è di 182.4, con un decremento pari a 1.4% rispetto al 2015, quando il valore fu di 185.1. Da considerare che in questi due anni i nati sono diminuiti di 7.910 unità.

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I disturbi del sonno sarebbero legati all’infertilità femminile

Dopo che diversi studi hanno portato alla luce il legame tra apnea notturna e infertilità, una nuova ricerca dimostra che anche altri disturbi del sonno potrebbero influire negativamente sulla capacità delle donne di concepire.

Oltre all’apnea notturna, anche altri disturbi del sonno sarebbero legati all’aumento del rischio di infertilità tra le donne. È quanto avrebbe evidenziato una ricerca pubblicata su Sleep e coordinata da I-Duo Wang del Tri-Service General Hospital di Taipei, a Taiwan.
Wang e colleghi hanno esaminato i dati provenienti da 16.718 donne che avevano avuto una diagnosi di disturbi del sonno tra il 2000 e il 2010, confrontandole con un gruppo di 33.436 che invece non avevano problemi di questo tipo. All’inizio dello studio, le donne avevano un’età media di circa 35 anni. Dopo un follow-up di circa cinque anni, 29 donne del gruppo con disturbi del sonno avevano sviluppato infertilità, così come 34 del gruppo di controllo.

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Il sogno arriva quando lo lasci andare

“Non siamo soli. Ho 36 anni e da poco più di un mese sono diventata mamma di una splendida bambina. Desiderata, cercata, attesa per anni. Volevo dire a tutte le coppie che provano ad avere figli di non abbattersi, perché a volte i miracoli accadono. Vi racconto la mia storia”.

“Due anni fa, dopo anni di tentativi andati a vuoto io e mio marito decidemmo di rivolgerci ad un centro di procreazione medicalmente assistita, l’inizio di un viaggio tra visite, colloqui, analisi, calendari et similia che sfinirebbe anche l’essere più paziente della terra. Una mattina ero in attesa di fare una ecografia in sala d’aspetto: guardando negli occhi le donne sedute vicino a me lessi lo stesso dolore che provavo io“.

“Lo stesso senso di inadeguatezza, di incapacità, come se noi fossimo state programmate male. In quel momento capii che io e mio marito non eravamo soli nella nostra battaglia.  Nessuno ti prepara al fatto che nella vita potresti non avere figli: un po’ per cultura un po’ per tradizione la donna è programmata per avere figli, poi succede per ragioni anche economiche di affacciarsi alla maternità in età attempata, ad un certo punto ci si scontra con la verità: il figlio non arriva. Ed è un baratro”…

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Con la morte di mia figlia sono diventata madre di me stessa

Una gravidanza perfetta, fortemente voluta a 42 anni. Una bimba sana, fino alla nascita. Ma vissuta solo 20 ore. Una mamma in coma, sospesa per due settimane tra la vita e la morte. Il risveglio, la disperazione, il vuoto. Tante domande senza risposta: perché proprio a me? Cos’è successo? Possibile che una piccolina muoia di parto nell’ospedale più all’avanguardia di Milano? È la storia di Michaela K. Bellisario, giornalista di Io Donna, che ha deciso di raccontare nel romanzo «Parlami di lei» (Cairo editore), in libreria dal 31 agosto.

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Dopo il parto le avevano dato sei ore di vita. Venti ore in coma lei. Venti ore l’intera esistenza della sua bimba. Michaela si è svegliata, la piccola invece ha chiuso gli occhi per sempre. Ma il ritorno alla vita per Michaela è stato un lungo percorso di dolore, mesi nel baratro senza trovare un motivo per continuare a vivere. «Se perdi tua figlia, l’unica cosa che smette di avere un senso è il futuro – racconta Michaela, spiegando perché ha deciso di raccontare la sua storia – . Ho pianto e urlato per giorni in una stanza vuota, quella di mia figlia. Ma alla fine ho trovato la strada verso la rinascita. Forse a volte semplicemente si può avere la forza di diventare madri di se stesse».

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“Maternità ed Infertilità”: dialogo tra Emma Fenu e Francesca Abis, 3 settembre 2017, Cagliari

Domenica 3 settembre 2017, alle ore 19:00, presso il Circolo La Marina Sankara in via Napoli 62 a Cagliari si potrà assistere alla presentazione del libro edito nel 2017 da Milena Edizioni “Vite di Madri – Storie di ordinaria anormalità” dell’autrice Emma Fenucon la partecipazione della naturopata ed esperta di medicina cinese Francesca Abis.

L’evento denominato “Maternità ed Infertilità” sarà un’ottima occasione per conoscere Emma Fenu, nata ad Alghero e residente a Copenaghen, e vedrà, oltre alla presentazione del libro “Vite da Madri – Storie di ordinaria anormalità”, una riflessione sulla medicina alternativa che si propone come obiettivo il ritorno all’equilibrio del corpo umano attraverso tecniche e rimedi comprendenti l’adozione di stili di vita sani in armonia con i ritmi naturali. Francesca Abis crede in un approccio olistico per risolvere la problematica dell’infertilità femminile.

Maternità-ed-Infertilità

Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità” è un romanzo-inchiesta che si snoda attraverso storie di donne legate fra loro, apparentemente, solo da un percorso di infertilità.

L’incipit e la conclusione, entrambe affidate a un io narrante che si rivolge direttamente al lettore, illustrano il progetto che l’autrice, anch’essa infertile, ha deciso di condividere creando una raccolta di centocinquanta testimonianze vere, rielaborate, che gettano luce sul lato oscuro della maternità negata o infertile nell’utero e nel cuore.

Sono tredici storie. Storie di donne mortificate nella femminilità, da abusi o da malattie o da eventi imponderabili.

Storie di nonne e madri, che hanno generato creature infertili nell’utero e nel cuore. Storie di bambine, ora cresciute, ma ancora bramose di una carezza.

Storie di figlie desiderate, con amore indomito. Storie di guerriere vittoriose, non di vittime, che hanno saputo rialzarsi e sorridere alla vita.

In verità, sono tutte storie di Madri.

Madri di idee, di progetti, di sogni. Seni turgidi di Dee che accolgono amiche, sorelle, mariti, amanti.Madri delle proprie madri e perfino di se stesse, capaci di far germogliare speranza e abortire fantasie, di creare dal nulla e di nutrire di sé: totalmente imperfette e, per questo, così seducenti e difficili da decifrare.

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Oltre le storie: intervista a Laura Imai Messina

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato alla blogger e scrittrice Laura Imai Messina (www.lauraimaimessina.com).

Senzanome

Ciao Laura, sei docente e ricercatrice a Tokyo. Nel tuo blog “Giappone Mon Amour” racconti la vita nel Paese che ti ha adottato. Cosa ti ha spinto ad aprire un blog?

L’idea del blog fu inizialmente privata. Scrissi qualche post per preparare alle nozze shintoiste i parenti che avrebbero partecipato alla cerimonia che si sarebbe svolta in Giappone di lì a poco. In seguito lo abbandonai e lo ripresi due anni più tardi, questa volta rendendolo accessibile al pubblico. Fu in occasione del disastro del Tohoku, dell’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, e lo scopo era strettamente informativo, l’intento era quello di rassicurare e dissipare quelle maldestre dicerie che venivano camuffate da notizie su quotidiani italiani e stranieri. Raccontavo la Tokyo di ogni giorno, la normalità nonostante l’emergenza. In seguito, esaurita anche la crisi, ho continuato a raccontare il mio quotidiano, tratti culturali di un paese di cui anche a distanza di dieci anni resto profondamente innamorata. La passione sempre nutrita per la scrittura e l’incredibile risposta da parte degli utenti mi hanno spinta a continuare.

 Dopo il tuo primo romanzo, Tokyo Orizzontale, hai annunciato un nuovo progetto editoriale che ti vedrà impegnata per lungo tempo: Di Madre in Madre”. Raccontaci di più…

Tokyo Orizzontale è uscito nel 2014, e racconta di una fase della vita che è tutta scoperta, avventura emotiva, rinvenimento di se stessi nel tessuto della città, una zona luminosa dell’esistenza che faccio corrispondere ai miei vent’anni. Le scritture successive, la prima delle quali uscirà a febbraio 2018, narrano invece dei trent’anni, una nuova zona temporale che ricollego in primis alla ricerca della maternità, al percorso accidentato che ho personalmente vissuto e che ho deciso di affrontare in questo progetto web intitolato “di Madre in Madre”. Durerà nove mesi, il tempo di una gravidanza, e vi tratterò la mia esperienza di infertilità e di maternità, le cure, gli incontri, le parole che mi hanno sostenuto e quelle che mi hanno ferito, tutto quanto negli anni ha contribuito a maturare in me la consapevolezza di quanto un problema di questa natura scavi nella vita di una persona, di quanto esso sia in grado di cambiare una donna.

 Come hai vissuto il problema dell’infertilità e quale molla è scattata quando hai deciso di condividere pubblicamente un argomento ancora troppo spesso considerato un tabù?

L’infertilità mi ha scaraventata in uno stato di inedita fragilità. Mi ha reso bugiarda. Dicevo a chiunque che di avere figli non mi importava, che Ryōsuke (mio marito) ed io non ne volevamo. Ne sono stata ossessionata fino allo scioglimento del problema, grazie ad una FIVET e alla nascita del mio primo bambino. Ho nascosto la gravidanza persino alla mia famiglia, e l’ho rivelata solo ad uno stato assai avanzato e per il solo motivo che avrei dovuto recarmi in Italia. Non ho fatto alcun accenno sui social né al problema che stavo affrontando né alla gravidanza, se non per annunciare l’arrivo del bimbo (http://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/un-daruma-nella-pancia/). Nonostante la nascita di Sōsuke, la ferita rimaneva ancora aperta e ho preferito rimandare ad un secondo momento, quando fossi stata veramente pronta, il parlarne.

Ora quel momento è arrivato.

Affrontandolo giorno dopo giorno per mesi che mi parvero infiniti, ho compreso quanto ci si possa sentire inadeguati, fallimentari, “difettosi” nell’infertilità, e soprattutto quanto deleterio sia quel velo di segretezza ed imbarazzo che spinge chi lo vive a non dire e chi lo ascolta a dire troppo. Ricordo decine e decine di donne nella sala d’attesa della clinica. Incontravo quelle stesse donne per la strada, dietro una cassa, chiuse in una divisa, e mi chiedevo chi le sostenesse e quante di loro avessero sprecato tempo prezioso perché qualcuno aveva suggerito loro “Basta che ti rilassi e viene da sé”. A quante una vicina indiscreta avesse domandato “Ma voi? Figli? Quando?”.

Da sempre l’uomo tramanda storie per far sì che il percorso di chi riceve quei racconti sia più corto, o meno travagliato. La scrittura, in fondo, serve a questo.

Il Giappone è la tua casa da oltre 10 anni, un luogo meraviglioso di cui sei innamorata, ma cosa significa essere madri in una terra così lontana e diversa dal proprio Paese d’origine?

Me lo domando ogni giorno, interrogandomi non tanto sulla geografia culturale in cui cresceranno i miei bambini, quanto piuttosto sulla mia capacità di far fronte alle loro esigenze e di colmare le distanze.

Il Giappone è un paese molto attento ai piccoli e alle famiglie, all’educazione, agli spazi a loro dedicati. L’allevamento parte dolce, e l’inquadramento va via via irrigidendosi con l’aumentare dell’età e l’ingresso nel mondo della scuola. So che posso contare su un altissimo senso civico e su una sicurezza che forse in Italia mi sarebbero mancati.

D’altra parte mi domando in che misura sarò in grado di tramandare loro le cose che ho amato da bambina, i giochi, le canzoni, i sapori, la ricchezza della nostra lingua. Avverto forte questa responsabilità e so che, per forza di cose, il loro bagaglio culturale sarà più sfornito sul versante italiano. Per me è questa, soprattutto, la sfida.

Oltre le storie: intervista a “Manchi solo tu” (blog)

Lo spazio di oggi della rubrica #oltrelestorie è dedicato alla blogger “Manchi solo tu” (manchisolotu.wordpress.com), che dal 2015 racconta le sue vicende personali, sue e di Maritino, legate al percorso della PMA.

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Ciao, sul tuo blog manchisolotu.wordpress.com racconti la tua esperienza personale mantenendo, però, l’anonimato: quali sono le ragioni che ti hanno spinto a prendere questa decisione?

Sin da quando ho capito che qualche cosa non andava nella nostra caccia alla cicogna, anche se si trattava ancora di un sentore vago e non potevo nemmeno immaginare di che cosa si trattasse o a che cosa ci avrebbe portati, mi sono sentita menomata. Allora ero ancora sufficientemente giovane da non destare i soliti odiosi commenti: ero sposata da poco perciò non c’era nulla di male a non avere ancora il pancione; esteriormente ero come tutte le altre, eppure sentivo già che un velo di diversità si stava appoggiando su di me. Mi è capitato di annunciare tutta emozionata l’inizio della ricerca ad un paio di colleghe, e a distanza di tempo l’ho pagata. Perché i “normofertili” non si rendono conto di quanto male possono fare con le loro domande o i loro commenti, nonostante si basino su buone intenzioni. Ricordo ad esempio che dopo un annetto, una di loro mi disse tra le lacrime che era inaspettatamente incinta per la seconda volta, e mi confessò che quel bambino sarebbe dovuto arrivare a me e non a lei. Sentirle dire questa cosa orribile mi ha fatto capire tre verità: innanzitutto che evidentemente non era solo una mia idea, ma che qualche problemino forse c’era davvero; poi, che fare pena non è molto piacevole; e soprattutto mi sono resa conto improvvisamente che l’aver abbassato la guardia, seppure in un momento di complicità ed emozione, era stata una pessima idea.

Di lì ho deciso di scegliere con estrema cura le persone cui avrei confidato tratti così personali della mia vita. A tutt’oggi si possono contare sulle dita delle mani. Soltanto il pensiero che ci siano evidenti indizi (anche se magari sembrano evidenti soltanto a me) della nostra difficoltà a procreare ha il potere di mandarmi in paranoia. Mi sento marchiata, bollata. Menomata, appunto. Mi rendo conto che essere infertili non è una colpa, e che è anzi apprezzabile lo sforzo che fa chi affronta la PMA, ma nonostante tutto questo è ancora un concetto che riesco ad elaborare con la testa ma non con il cuore. Ecco perché quando nel 2015 ho aperto il blog ho cercato in tutti i modi di non dare nessun riferimento che potesse identificarmi con certezza. Capisco che sia praticamente impossibile che un mio conoscente soltanto trovi o entri nel mio blog – figuriamoci riconoscermi – eppure è una paura che ho ancora. Paura che qualcuno legga, mi riconosca, e inizi a far girare le voci. Mi interrogo spesso su questa mia decisione, ma non mi risolvo mai a dare pubblicamente qualche riferimento. Si tratta di aspetti della nostra vita che sono troppo intimi, troppo privati, troppo preziosi perché accetti di correre il rischio di vederli calpestati.

Nel tuo blog, racconti la tua esperienza, di come sei riuscita a rimanere incinta grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita. Cosa ti ha portata a condividere la tua esperienza pubblicamente?

I nostri primissimi mesi PMA non sono stati facili, e non parlo soltanto dell’aspetto emotivo. Ci siamo ritrovati con un problema enorme sulle spalle, un’eventualità che non avevamo mai nemmeno preso in considerazione, e sembrava che nessuno ci potesse aiutare. Mi spiace dirlo, ma abbiamo dovuto muoverci a tentoni cercando ad esempio informazioni in rete, ed abbiamo dovuto insistere molto con il mio ginecologo ed il nostro medico di base perché ci potessero dare qualche vaga indicazione sul da farsi. E dico proprio vaga! Per fare un esempio, durante il primissimo colloquio avuto con un medico specialista abbiamo dovuto farci spiegare cosa significassero i termini “omologa” ed “eterologa”! Quando però più tardi abbiamo iniziato a camminare con passo più sicuro, mi sono detta che forse altri erano nella mia stessa situazione, stavano affrontando le stesse paure che riempivano le mie giornate da più di un anno e vivevano nel panico della mancanza di informazioni tipica dei primi tempi. Questo è uno dei motivi per cui ho aperto “Manchi solo tu”.

C’è anche un motivo molto più egoistico! Per un paio di anni avevo tenuto dei diari dove annotavo non solo appuntamenti, ma anche impressioni, sentimenti e ricordi. Erano mezzi che utilizzavo soprattutto in periodi particolarmente stressanti o densi di emozioni, e trovavo che il mettere i miei pensieri per iscritto mi aiutasse a fare ordine dentro di me – in un certo senso mi “auto-psicanalizzavo”. Quando nell’estate del 2014 abbiamo avuto la conferma che effettivamente qualcosa non stava andando per il verso giusto, ho sentito naturale l’impulso di mettermi a scrivere. Ho recuperato un’agenda in fretta e furia ed ho iniziato a riempire le pagine descrivendo quello che sentivo, scrivendo anche quelle parole e quei pensieri che non potevo o non volevo esprimere ad alta voce un po’ per pudore e un po’ per non deprimere ulteriormente sia me stessa che mio marito. Ad un certo punto però mi sono resa conto che questo non mi bastava più: avevo oramai necessità di un dialogo con qualcuno che stesse passando quello che stavo passando io. Qualcuno che leggesse, che mi rispondesse, che non mi giudicasse come tutt’ora temo di essere da chi mi conosce di persona. Avevo bisogno di sapere che non ero sola in questo mondo ancora nuovo, ed ero curiosa – perché no – di scoprire quanto le mie emozioni fossero comuni.

Così ho deciso di lanciare nel web il mio messaggio in bottiglia, e vedere se qualcuno l’avrebbe raccolto e mi avrebbe risposto! Cosa che è successa, ed ho conosciuto delle ragazze stupende, delle preziose compagne di viaggio con le quali condividere dolore e, finalmente, la gioia che tanto ho atteso di sentire.

Dopo la diagnosi di infertilità, quali conseguenze ci sono state a livello psicologico e relazionale all’interno della vostra vita di coppia?

In alcuni momenti ho temuto sinceramente che il nostro dramma ci avrebbe allontanati in modo irrecuperabile. L’amore è amore, ma si sa che in certi casi non basta per mantenere saldo un rapporto. Per quanto ci riguarda, indubbiamente sin dall’inizio le nostre dinamiche di coppia hanno perso in spontaneità (com’è ovvio che sia, credo, nel momento in cui inizi a stickare, o a tenere i conti dei giorni nelle diverse fasi del ciclo, e cominci a vedere – specie tu, donna – ogni rapporto come un gesto meccanico che deve portare al concepimento), e la cosa non è bella né per un uomo né per una donna. Non è facile per un uomo vedere la sua compagna che piange nell’accorgersi dell’arrivo delle rosse; non è facile per una donna cercare di tenere i nervi saldi mese dopo mese; e non credo sia semplice per nessuno dei due portare su di sé il marchio della colpa, se così la vogliamo chiamare. Sicuramente mio marito ha patito per la sua condizione, e non so se sono sempre stata capace di stargli vicino.

La mia fortuna è stata quella di avere accanto a me un uomo che desiderava diventare padre nonostante tutto, che mi ha sempre spronata e che mi è sempre stato vicino. Sento racconti di uomini che danno poco peso al Progetto E, o Progetto Erede, come lo chiamavamo noi: se il bambino arriva bene, altrimenti poco importa, si va semplicemente avanti con la propria vita nonostante il malessere evidente della compagna. Non so che cosa sarebbe successo se fosse capitato a me. Io sono orgogliosa di Maritino. E’ lui che, quando eravamo fidanzati, sentiva chiaro il richiamo della genitorialità. E’ lui che mi ha accompagnata ad ogni visita e ad ogni prelievo, anche quando non serviva. E’ lui che mi è stato fisicamente vicino quando facevo le varie iniezioni, e che mi porgeva il cotone con il disinfettante con una mano e prendeva la siringa usata con l’altra. La PMA ci ha cambiati sicuramente, ma non credo in senso negativo. Forse, anzi, ci ha uniti.

Che consiglio daresti a tutte le coppie che oggi hanno deciso di intraprendere un percorso di PMA?

Innanzitutto consiglio di cercare informazioni esclusivamente su siti affidabili, se si vuole approfondire l’argomento indipendentemente da uno specialista. Noi piemmine siamo decisamente brave a gugolare, ma non sempre è una buona idea! Inoltre, a parte i primissimi tempi, ho evitato i forum come la peste perché li ho trovati affollati di persone poco empatiche, colmi di storie che mi hanno depressa, e decisamente confusionari. Meglio è, a mio avviso, cercare con un po’ di pazienza qualche blog – non necessariamente il mio, chiaro! Secondo me i blog sono più emotivi, organizzati ed in definitiva utili. Si riesce tra l’altro, se si vuole, ad instaurare anche un rapporto quasi personale con l’autore e questo influisce in modo positivo sull’umore. Per me, almeno, ha funzionato così.

Alle signore raccomando invece caldamente di non fissarsi sui vari fantasintomi, perché fanno solo uscire di testa. Lo so bene perché ci sono passata! Il fatto è che, purtroppo, il corpo umano è una macchina complessa e qualsiasi dolorino può avere molteplici cause…

E soprattutto, da insicura cronica quale sono, tengo a dare un consiglio che io avrei voluto ricevere da subito: davanti al medico non fatevi problemi! Se avete dubbi chiedete, e se ancora qualche aspetto non vi è chiaro insistete finché non sarete soddisfatti; e se qualcuno, come è successo anche a me, vi tratta con sufficienza piuttosto che con scortesia, ricordate che una laurea in medicina non autorizza ad essere maleducati e rispondete con fermezza. Quel medico vi deve accompagnare lungo un percorso difficile, che ha come obiettivo principale il sogno di vivere una vita pienamente soddisfacente. Specialmente se credete che perché sia così, vi manca solo lui.